Il 19 gennaio 2023 la Francia scende in piazza con una richiesta scritta su ogni cartello: non alzateci l’età pensionabile da 62 a 64 anni. Quattordici giornate, cinque mesi, fino a 3,5 milioni di manifestanti secondo la CGT. 457 fermati e 441 agenti feriti in una sola giornata. Un incendio divora il municipio di Bordeaux. Un re rimanda una visita di Stato. Perdono lo stesso – la riforma passa comunque – ma perdono sapendo esattamente cosa chiedevano e quanto erano disposti a pagarlo.
Il 16 e il 17 ottobre 2026, a Milano, Torino e Bologna, qualcuno prende in prestito il metodo e lascia a casa il contenuto. Il neonato “Movimento 17 Ottobre” lo dice apertamente: vogliamo fare come in Francia. Vetrine sfondate, bombe carta, centri città a ferro e fuoco. Sessanta fermati a Milano, metà ragazzini. Settantacinque feriti a Bologna. Quattordici agenti feriti in totale. Poi l’annuncio: mobilitazione permanente, ogni sabato, in otto città.
Fare come in Francia. Cosa, esattamente? Una frase sola, una rivendicazione, un testo di legge da ritirare o approvare: non esiste. C’è rabbia, c’è un bersaglio vago chiamato “guerra e razzismo”, c’è una vetrina sfondata ogni trenta metri.
Non c’è una richiesta.
E la rabbia senza richiesta non tratta con nessuno. Si scarica sul primo negozio aperto. La Francia è un alibi estetico, non un modello.
Questa violenza non ha nessuna giustificazione. Né nel merito, né nel metodo. Non diventa accettabile perché nasce da un disagio vero. Non diventa tollerabile perché colpisce “solo” vetrine. E non ottiene niente di quello che dice di volere. Un commerciante che perde in una notte l’incasso di mesi non decide niente su guerra o razzismo. Non ha nessun potere su nulla.
La violenza senza una richiesta negoziabile non colpisce mai chi decide.
Colpisce sempre chi decide meno di tutti: il negoziante, il passante, il minorenne fermato che domani non arriverà nemmeno a un processo.
I numeri bastano da soli. Confcommercio Milano stima oltre un milione di euro tra danni e mancato incasso nella sola zona centrale, negozi che abbassano la saracinesca nel pomeriggio per paura. Il Centro Studi Unimpresa alza l’asticella: tra 1,1 e 1,6 milioni, valore centrale 1,3 milioni. Non un euro di questi torna a chi ha responsabilità su guerra o razzismo. Tornano tutti a chi gestisce un negozio di abbigliamento, un bar, un supermercato di quartiere. Gente che lunedì mattina ha contato cosa mancava sugli scaffali invece di alzare la saracinesca.
Vogliamo il pane, dicevano
Non è la prima volta che l’Italia distrugge per strada. L’ha già fatto, peggio, e il confronto annulla ogni alibi. Tra il 6 e il 9 maggio 1898 Milano brucia: i moti del pane. Il prezzo del pane quasi raddoppia, da 35 a 60 centesimi, per il rincaro del grano legato alla guerra ispano-americana. Gli operai scendono in strada con una richiesta che chiunque scriverebbe su un cartello in tre parole: vogliamo il pane. Il generale Bava Beccaris spara coi cannoni. Morti ufficiali: poche decine. Fonti dell’epoca: centinaia. Il re lo premia con un’onorificenza per aver “ristabilito l’ordine”. Repressione feroce, sì. Ma su una richiesta vera, concreta, il prezzo di un alimento di base.
Centoventotto anni dopo si scende ancora in strada, si rompono ancora vetrine, si viene ancora fermati a decine, ma nessuno saprebbe scrivere su un cartello, in tre parole, cosa vuole ottenere. Un secolo fa si chiedeva il pane e si veniva colpiti a cannonate. Oggi si rompono le vetrine del pane, letteralmente, supermercati assaltati nel weekend, senza nemmeno la scusa di avere fame, e senza che nessuno sappia dire cosa dovrebbe cambiare perché questo finisse.
Luglio 2001, Genova: trecentomila persone del Genoa Social Forum contro il G8. Un’agenda ampia, confusa a tratti, ma vera, giustizia globale, debito dei paesi poveri, regole del commercio. Basta una minoranza di Black Bloc, qualche centinaio su trecentomila, per dirottare tutto dal contenuto alla forma: cassonetti a fuoco, banche distrutte, piazza Alimonda dove il carabiniere Mario Placanica uccide il ventitreenne Carlo Giuliani, la notte della scuola Diaz. Da quel luglio, di Genova non resta l’agenda del movimento no-global. Resta solo la violenza. Trecentomila persone con una causa, ridotte a una manciata di incappucciati con una spranga.
Genova aveva una causa, tradita da una minoranza al suo interno. Milano, Torino e Bologna sono il contrario: una violenza che si trova una causa solo dopo, per darsi una cornice presentabile. Un secolo e mezzo per passare da “vogliamo il pane” a niente.
Il listino del gasolio, non uno striscione
Mentre nelle metropoli si rompono vetrine, da Puglia a Sicilia a Calabria autotrasportatori e agricoltori bloccano caselli contro il caro-gasolio. Orari pubblicati, un prezzo preciso da cui si parte, un prezzo preciso a cui si vuole arrivare. Zero fermati, zero vetrine, solo camion e trattori fermi finché qualcuno non risponde con un numero. È la differenza tra chi protesta per ottenere e chi protesta per sfogare, la stessa differenza tra i moti del pane del 1898 e la guerriglia del 2026.
Ma condividere il metodo non è condividere ogni riga della rivendicazione. Il caro-gasolio è vero, il blocco è legittimo, ma l’esposizione di un intero settore a ogni oscillazione del diesel è anche una vulnerabilità costruita in casa, in decenni di scelte: risparmio immediato invece di investimento. Età media di chi guida un’azienda agricola italiana: 60-63 anni. Under 35: il 4%, contro il 45% sopra i 65 (TEHA Group, 2026). Le aziende agricole sono crollate da 4,2 milioni nel 1930 a 1,1 milioni nel 2023, ma restano minuscole (2,2 persone in media) segno di una frammentazione mai affrontata, che blocca ogni economia di scala sulla meccanizzazione. L’Agricoltura 4.0 cresce solo nelle imprese già strutturate, lasciando ai margini – e più esposta a ogni rincaro – la parte frammentata del settore. Chiedere un prezzo più basso è legittimo. Non chiedersi mai perché un intero comparto abbia scelto per decenni il guadagno immediato invece del proprio futuro è la stessa miopia raccontata altrove in questa serie, sui trattori invece che sugli smartphone a rate.
Il vero scopo? Non rispondere mai
C’è un meccanismo più subdolo di tutti, e va nominato senza sconti.
La distruzione non si limita a non ottenere niente. Ottiene qualcosa di preciso, l’opposto di quanto dichiarato.
Ogni vetrina rotta sposta il dibattito dal piano dove servirebbe restare – perché migliaia di ragazzi arrivano a questo punto di frustrazione – al piano più comodo per tutti: violenza sì o no, chi sta con la polizia e chi coi manifestanti, un politico contro l’altro a chi condanna più forte. Discussioni legittime. Anche le più facili, quelle che non richiedono un grammo di approfondimento e garantiscono ore di indignazione reciproca, utilissime a tenere alta l’attenzione senza mai rispondere alla domanda sotto tutto il resto: cosa produce questa frustrazione con tale regolarità, e perché nessuno strumento di partecipazione legittima sembra più capace di intercettarla prima che esploda in una notte di vetrine in frantumi.
Ogni ora spesa a discutere se la violenza sia giustificabile – non lo è, mai – è un’ora non spesa a chiedersi perché si arrivi comunque fin lì. La distruzione funziona alla perfezione per chi preferisce non affrontare la domanda di fondo: offre un nemico comodo su cui litigare in diretta, e risparmia a tutti la fatica di ammettere qualche responsabilità.
Una giacca non ripaga niente
Durante i saccheggi, alcuni ragazzi portano via vestiti da un negozio devastato e li regalano a un senzatetto, “perché fa freddo”, riporta il Corriere. Ne fa un servizio a parte, come se fosse un piccolo controbilanciamento morale per rimettere in pari i conti della serata.
Non c’è niente di più rivelatore di questa scelta editoriale. Stesso meccanismo contabile di sempre, applicato a un prezzo morale invece che in euro: non si guarda il totale del danno – negozi devastati, commercianti che perdono in una notte l’incasso di mesi – si guarda la rata di redenzione che qualcuno ha concesso, filmata apposta per far sentire tutti meno a disagio. Un furto resta un furto anche se finisce addosso a chi ha freddo. Non diventa meno reato. Non ripaga il negoziante, che continua a non avere né la merce né un euro, mentre qualcun altro si è sentito Robin Hood per una sera.
A chi conviene il silenzio
Il Governo non ha minimizzato: ha convocato un vertice urgente sulla sicurezza. L’opposizione giustifica la rabbia come reazione comprensibile a decenni di ingiustizia sociale, senza mai condannare la forma con la fermezza con cui condanna, giustamente, il contenuto delle politiche contestate.
C’è però una voce che si distingue da questo schema, ed è utile analizzarla proprio perché conferma la tesi di fondo di questo pezzo applicata stavolta alla risposta politica invece che alla protesta. Roberto Vannacci ha reagito agli scontri con una proposta precisa: risarcimento integrale dei danni a carico di chi li ha causati. Non una generica condanna, non un appello alla comprensione sociale, ma un meccanismo – chi distrugge paga, personalmente, il conto di quello che ha distrutto. È lo stesso identico schema che separa la Francia dall’Italia nell’apertura di questo pezzo: una richiesta formulabile in una frase, misurabile, verificabile da chiunque. Che il meccanismo sia poi di difficile applicazione pratica – come si individua la responsabilità economica di un singolo in mezzo a una folla di sessanta fermati, molti minorenni, spesso senza patrimonio aggredibile – è un problema tecnico reale, ma non toglie nulla alla sua efficacia comunicativa: offre a chi guarda la propria città in frantumi qualcosa che assomiglia a una risposta, mentre tutti gli altri offrono solo la scelta tra condanna generica e comprensione generica.
Questo non è un dettaglio da poco per chi fa comunicazione politica di mestiere.
Ogni evento che lascia un vuoto di risposta concreta da parte del sistema nel suo complesso è, quasi per definizione, un’opportunità elettorale per chi quel vuoto lo riempie per primo con qualcosa di tangibile, anche quando tangibile significa solo “sembra tangibile”. Non è un caso che i partiti che storicamente crescono nei sondaggi dopo episodi di disordine urbano siano quasi sempre quelli percepiti come più intransigenti sull’ordine pubblico, a prescindere da quanto le loro proposte specifiche siano poi realizzabili. La “persona per bene” descritta nella sezione precedente di questo pezzo – quella che aspetta, che si fida, che comincia a non fidarsi più – è esattamente il pubblico a cui una proposta come quella di Vannacci parla più direttamente di qualunque editoriale di condanna istituzionale. Il meccanismo è lo stesso, identico, di tutta questa serie: chi arriva con un numero vince la fiducia di chi è stanco di sentire solo parole.
Resta un punto che nessuno dei due affronta: perché le forze dell’ordine schierate sono apparse numericamente limitate rispetto alla portata degli scontri? Probabilmente non per sottovalutazione, ma per il motivo opposto: più agenti in uno spazio teso, più sale la probabilità che basti una sola testa calda per trasformare un presidio in scontro generalizzato.
Tenere i numeri bassi è prudenza tattica quanto rinuncia implicita a impedire la distruzione nell’immediato, scommettendo di evitare di peggio. Una scommessa che nessun politico ha il coraggio di spiegare a chi guarda le vetrine in frantumi e si chiede dove fosse lo Stato quella sera. E nessuno dei due schieramenti si chiede perché decine di ragazzini scelgano di rompere una vetrina piuttosto che iscriversi a qualunque forma organizzata di partecipazione rimasta.
La pazienza ha un limite, e si sta avvicinando
Quanto tempo ancora deve aspettare, con garbo, la “persona per bene”, quella che paga le tasse, non ha mai saltato un semaforo, si è sempre fidata che prima o poi il sistema avrebbe risposto, mentre guarda la propria città andare in frantumi senza che nessuno le sappia spiegare perché? Quanto deve durare l’attesa prima che il voto di protesta smetta di essere un’opzione marginale e diventi l’unica risposta rimasta? E quando smette di credere che il voto serva a qualcosa, cosa resta, se non l’organizzazione spontanea affidata al primo che si offre di “proteggere il quartiere” quando lo Stato sembra non farlo più?
Non è una domanda consolatoria. È un rischio reale, misurabile nella storia recente di mezza Europa: ogni volta che la violenza di piazza viene tollerata, spiegata, raccontata con un servizio sul gesto generoso del saccheggiatore pentito, un pezzo uguale e contrario di cittadinanza cerca altrove una risposta più dura, più immediata, meno disposta a “capire”. Il voto estremo non nasce quasi mai da un’adesione ideologica improvvisa. Nasce dall’esaurimento della fiducia che esista ancora un centro capace di proteggere l’ordine pubblico senza scorciatoie.
Il conto
Non chiedono niente. Distruggono tutto. Poi si racconta pure che qualcuno ha regalato una giacca a chi aveva freddo, come se un gesto isolato potesse ripulire una notte intera di vetrine in frantumi e incassi bruciati. Nessuno chiede il conto a chi ha davvero causato il danno, perché nessuno saprebbe nemmeno a chi presentarlo: non esiste un interlocutore, non esiste una sigla sindacale, non esiste un portavoce che risponda del perché. Esiste solo il rumore, e il rumore, per definizione, non firma niente.
E stupiamoci pure, con la faccia sorpresa di sempre, se un pezzo di questo paese – quello che paga le tasse, che ha sempre aspettato con stile, che ha sempre creduto che bastasse votare una volta ogni cinque anni per sentirsi rappresentato – smette di aspettare.
Stupiamoci se comincia a cercare risposte più dure, più semplici, più immediate, offerte da chi per primo gli dà un numero invece di un editoriale.
Stupiamoci se, da qualche altra parte della stessa città, qualcun altro comincia a organizzarsi da solo, con le proprie regole, i propri metodi, la propria idea di cosa significhi “proteggere il quartiere”. Sarà lo stesso esatto meccanismo che ha riempito le piazze di vetrine rotte: rabbia senza interlocutore, che si costruisce da sola l’interlocutore che nessuno le ha mai offerto.
Solo che stavolta arriverà da un’altra direzione, parlerà un’altra lingua, e troverà probabilmente la stessa classe politica ugualmente impreparata a dargli una risposta vera invece che un titolo di giornale..


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