PORTO

Porto Franco logo

FRANCO

Chi ti ha eletto giudice?

Nessuno si è mai seduto su un trono a certificare cosa sia arte e cosa no. Non esiste un albo, un esame di Stato, una commissione parlamentare con potere di bollare un’opera come legittima o come rumore. Eppure qualcuno, ogni volta, si sente comunque autorizzato a farlo – e guarda caso è sempre chi possiede già il capitale culturale per definirsi giudice, mai chi lo insegue da fuori.

Il trucco è vecchio quanto la cultura stessa, e si ripete identico a ogni generazione. Il jazz era “musica del diavolo” per i critici ben-educati dei primi del Novecento, roba da bordelli di New Orleans buona al massimo per farci ballare i disperati. Il rock’n’roll, negli anni Cinquanta, era “rumore per delinquenti” – lo diceva la stampa, lo dicevano i genitori, lo dicevano i professori, prima che Elvis finisse su un francobollo di Stato. Il cinema, ai suoi esordi, era considerato un’attrazione da baraccone indegna di stare accanto al teatro, un trucco da fiera per gente che non sapeva leggere un copione. La street art era vandalismo da denunciare, multare, ripulire con l’idropulitrice comunale, prima di finire, qualche decennio dopo, staccata dal muro e venduta all’asta dagli stessi che l’avrebbero fatta arrestare. Lo schema non cambia mai: chi detiene il potere culturale del momento disprezza il gusto delle nuove generazioni e delle classi popolari, e quarant’anni dopo lo insegna all’università con la faccia seria di chi l’ha sempre capito, magari scrivendoci sopra un saggio.

Oggi lo stesso disprezzo, con le stesse identiche parole, lo sentiamo dire su trap, drill, reggaeton, su qualsiasi cosa esca da uno smartphone invece che da un conservatorio. E succede esattamente lo stesso, sospetto meccanismo di classe travestito da giudizio estetico.

2. I soldi vanno sempre dove va il giudizio, non dove va l’ascolto

Se il giudizio fosse innocuo, sarebbe solo un dibattito da salotto. Ma il giudizio, in Italia, si traduce puntualmente in soldi pubblici, e i soldi pubblici raccontano meglio di ogni editoriale chi viene considerato arte legittima e chi no. Il Fondo Unico per lo Spettacolo, la principale fonte di finanziamento statale per lo spettacolo dal vivo, vale circa 424 milioni di euro l’anno. Di questi, le fondazioni lirico-sinfoniche – i teatri d’opera – ne assorbono da sole circa il 52%, e la lirica nel suo complesso, contando anche i teatri di tradizione, molto di più ancora.

Nello stesso anno in cui lo Stato distribuisce mezzo miliardo di euro all’opera, la classifica annuale dei brani più ascoltati in streaming in Italia – quella vera, quella che misura cosa la gente sceglie davvero di ascoltare quando nessuno la guarda – è dominata quasi per intero da rap e trap: una top ten che profuma di Sfera Ebbasta, Geolier, Marracash, Lazza, con il mercato discografico italiano che nel 2025 supera i cento miliardi di stream. Il genere che riempie davvero le orecchie degli italiani non riceve un euro di finanziamento diretto paragonabile. Non c’è nessuna fondazione trap sostenuta dal ministero. Non c’è nessun bando pubblico per sostenere la distribuzione di un mixtape. Il denaro pubblico, con encomiabile coerenza, segue lo stesso identico giudizio di classe descritto sopra: certifica come degno di sostegno ciò che ascolta chi ha il potere di firmare i decreti di ripartizione, non ciò che ascolta chi quei decreti li subisce e basta.

3. Lo stesso meccanismo applicato alla politica

C’è un parallelo che vale la pena rendere esplicito, perché non è solo un’analogia comoda: è lo stesso identico meccanismo applicato a due campi diversi. Chi si sente legittimato a certificare “questo è arte, questo no” è la stessa classe che si sente legittimata a certificare “questa è politica seria, questo è populismo da bar”. Sempre dall’alto. Sempre gli stessi. Sempre per escludere lo stesso identico pubblico: giovane, popolare, del Sud più che del Nord, distante dai salotti buoni tanto quanto dai talk-show.

Non è un caso se la generazione più esclusa dal linguaggio ufficiale della politica – quella che nel 2024 si sentiva esclusa al 93% secondo le rilevazioni sul voto giovanile, quella che affolla sempre meno le sezioni di partito e sempre meno le piazze – sia esattamente la stessa che nel gusto musicale nuovo ha trovato un parlamento informale in cui qualcuno, finalmente, parla la sua lingua senza doverla tradurre per un pubblico più vecchio. Se la politica non ti rappresenta, canti. Se le urne non ti sembrano uno strumento vero, lo streaming lo è: lì il tuo voto conta davvero, si misura in tempo reale, e nessuno può filtrarlo con un quorum o dirottarlo su un fondo destinato prevalentemente a chi ha già tutto.

4. Tre voci, la stessa fotografia

Bastano tre voci diverse, prese da tre pezzi diversi, per sentire quanto questa diagnosi sia condivisa e non un’invenzione critica di chi scrive. 22Simba la mette così: “Mentre mi godo il gusto di non prestare attenzione, apolitico, lo specchio di una generazione.” Non è un vanto cinico. È una diagnosi, cantata da chi la sta vivendo, e infatti prosegue subito dopo verso qualcosa che assomiglia più a una cura che a una resa: “Ricordatevi di non giudicarvi per questo, di non farvi soffocare dalla vostra cenere. Basta un solo carbone ardente per dare inizio a una fiaccolata.” Questo non è distrazione né superficialità. È l’esatto contrario: è qualcuno che nomina il vuoto lasciato dalla rappresentanza, e prova comunque a tenere viva una brace sotto la cenere.

Promessa, nello stesso registro ma con meno consolazione, la butta lì in una riga sola: “È cambiato qualcosa, ma, giuro, nulla di bello.” Non c’è catarsi, non c’è invito a resistere – solo la constatazione secca che ogni promessa di cambiamento, arrivata da chiunque, si è già consumata prima ancora di produrre effetto. È lo stesso disincanto che circola nei sondaggi sull’astensionismo, solo detto senza il filtro educato del linguaggio istituzionale.

Marracash chiude il cerchio da un’angolazione più adulta, meno di strada e più esistenziale, ma arriva alla stessa conclusione: “Avevamo solamente il sogno di una vita diversa.” Non un progetto, non un programma politico da votare – un sogno, al passato, già archiviato. Tre generazioni musicali diverse, tre linguaggi diversi, la stessa identica fotografia di un paese che ha smesso di promettere un futuro credibile a chiunque abbia meno di quarant’anni, e che nel frattempo continua a finanziare i teatri lirici dove quello stesso pubblico giovane, va detto, quasi non mette più piede.

5. Lo stesso orecchio, chiuso due volte

Chi liquida tutto questo come “non è musica vera” sta facendo esattamente ciò che i critici del jazz facevano un secolo fa: confondere il proprio disagio verso un linguaggio che non possiede con un giudizio oggettivo sulla sua qualità. Non è un caso che chi disprezza il gusto musicale delle nuove generazioni sia quasi sempre la stessa fascia demografica che disprezza anche l’astensionismo giovanile, senza mai chiedersi perché la propria offerta politica non parli più a nessuno sotto i trent’anni. È lo stesso orecchio, chiuso nello stesso modo, a due frequenze diverse: chiuso alla musica che non riconosce come sua, chiuso al voto che non riesce più a intercettare.

Vale per la musica, vale altrettanto per un pallone che rotola su un rettangolo verde ogni domenica – anche quello, va da sé, arte popolare che nessuno certifica come tale semplicemente perché la certificazione, in questo caso, non ha bisogno del permesso di nessuno: ce l’ha già lo stadio pieno, ogni settimana, senza bisogno di un decreto ministeriale che lo dichiari degno.

La verità più semplice, e più scomoda per chi si è arrogato il ruolo di giudice, è che l’arte non è mai stata una questione di credenziali, né di quale ministero firma l’assegno. Non è arte ciò che piace a chi ha il potere di decidere cosa lo sia. È arte ciò che qualcuno, da qualche parte – in una cameretta, su uno smartphone, in una curva – sente di non poter fare a meno di ascoltare, guardare, cantare a squarciagola, gratis, senza che nessuno gli abbia mai versato un contributo per farlo. E non è “vera” politica solo quella che parla la lingua di chi il potere ce l’ha già. È politica vera anche il silenzio apolitico di chi si è sentito escluso troppe volte per fingere ancora interesse – ed è arte vera anche il fuoco che qualcun altro sta ancora provando, nonostante tutto, a tenere acceso sotto la cenere, senza un euro di fondo pubblico e con tutta la sala piena lo stesso.


Scopri di più da Porto Franco

Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.

Hai qualcosa da dire? Il Porto è aperto