Ci lamentiamo benissimo. È l’unica cosa che sappiamo fare bene.
Questa riflessione nasce da un viaggio, quest’estate, in un paese lontano, abbastanza lontano da poter guardare l’Italia da fuori, per una volta, senza il rumore di fondo permanente che ci portiamo addosso come una seconda pelle, o come un tic nervoso che abbiamo smesso di notare.
Da fuori, l’Italia gode – ancora – di una reputazione che in patria fatichiamo persino a riconoscerci: cibo, paesaggio, cultura e un certo modo di vivere che agli occhi di chi non ci abita sembra quasi invidiabile, quasi da cartolina.
Bastano pochi giorni immersi in un’altra quotidianità, però, per notare una cosa che da dentro non si vede più, assuefatti come siamo fino all’anestesia totale: quanto poco, in quel paese lontano, la gente si lamenti. Non perché abbia meno problemi, ne ha, come chiunque altro. Ma perché il problema, lì, sembra avere un destino diverso da quello che ha da noi: si affronta o si abbandona. Raramente ci si limita a raccontarlo all’infinito a qualcuno che annuisce e non ascolta davvero.
Ho imparato un’espressione che in italiano non esiste, e forse non è un caso: “have a crack”. Vuol dire, alla lettera, “dacci un colpo”, ma nell’uso quotidiano significa qualcosa di più preciso: provarci, buttarsi, a cazzo di cane, anche a costo di sbagliare in pubblico, perché quello che conta alla fine è essere arrivati al risultato, non il percorso con cui ci si è arrivati. Nessuno, lì, sembra terrorizzato all’idea di fare una figura mediocre nel tentativo. Da noi, invece, l’apparire mediocre è la cosa più temuta che esista, molto più temuta del fallimento vero e proprio, perché il fallimento silenzioso non lo vede nessuno, mentre il tentativo maldestro lo vedono tutti.
Da noi, il lamento è diventato non un sintomo occasionale ma una vera e propria lingua nazionale, parlata meglio di qualsiasi altra cosa sappiamo fare insieme. L’unica lingua in cui siamo ancora madrelingua, l’unica materia in cui prendiamo tutti dieci.
Il 19 gennaio 2023 i sindacati francesi hanno chiamato in piazza il paese contro l’innalzamento dell’età pensionabile da 62 a 64 anni. È stata la prima di quattordici giornate di mobilitazione, spalmate su cinque mesi, fino all’8 giugno. Il Ministero dell’Interno ha contato tra 780.000 e 1,3 milioni di manifestanti a ogni giornata; la CGT è arrivata a dichiararne 3,5 milioni. Il 24 marzo, in una sola giornata, sono stati fermati 457 manifestanti e feriti 441 agenti. Un incendio ha divorato l’ingresso del municipio di Bordeaux. La visita di Stato di Re Carlo III è stata rinviata perché Parigi non era un posto sicuro nemmeno per un sovrano di passaggio. Il governo ha dovuto invocare l’articolo 49.3 della Costituzione per far passare la legge scavalcando il voto parlamentare, e ha comunque incassato due mozioni di sfiducia. La Francia, in altre parole, ha messo a ferro e fuoco cinque mesi della propria vita pubblica per una battaglia che sapeva già di poter perdere.
La riforma è passata lo stesso. Ma è passata dopo aver attraversato cinque mesi di scontro fisico, mediatico e istituzionale. È passata a un prezzo, pagato in manganellate, arresti, giornate di scuola saltate, spazzatura non raccolta e un Re che ha dovuto rimandare una visita. Un prezzo vero, non simbolico.
In Italia, il 12 dicembre 2025, la CGIL ha proclamato lo sciopero generale contro la Legge di Bilancio. Otto ore, una giornata, oltre mezzo milione di persone in più di cinquanta piazze, adesione al 68%. Il giorno dopo la manovra ha proseguito il suo iter come se nulla fosse successo. Perché, di fatto, non era successo niente che valesse la pena fermare. È lo stesso identico copione del 29 novembre 2024: sciopero di un giorno, manifestazioni territoriali, comunicato stampa, tutti a casa in tempo per Temptation Island. La legge di bilancio, tanto quella del 2024 quanto quella del 2025, è passata senza pagare alcun prezzo diverso da una giornata di percentuali sindacali sui giornali e da qualche foto di cortei su Instagram.
Non è che gli italiani non protestino. Protestano, eccome. Ma la protesta italiana ha una durata media di ventiquattr’ore e un esito già scritto prima ancora di scendere in piazza, come una messa di cui si conosce già l’omelia. È un rito liturgico, non una leva di pressione. Si celebra, si fotografa, si posta, si commenta, e si torna a casa in tempo per cena.
La differenza tra la Francia e l’Italia non è quanto ci si arrabbia. È quanto si è disposti a pagare per quella rabbia e noi, alla cassa, chiediamo sempre lo sconto (Italians, ndr).
2. La grammatica del “loro”
C’è una sintassi fissa nel modo in cui l’Italia parla di ciò che non funziona, ed è sempre la stessa: soggetto esterno, verbo alla terza persona plurale, complemento oggetto rigorosamente assente. “Non fanno niente”. “Ci hanno abbandonato”. “Tanto decidono loro”. Il “noi” compare solo come vittima, mai come agente. Non ci coniughiamo mai al presente indicativo attivo, solo al passivo perenne. È una grammatica che assolve prima ancora di argomentare.
Se il soggetto della frase è sempre qualcun altro, chi parla non deve mai coniugare un verbo alla prima persona che implichi una responsabilità. È il passivo più elegante che abbiamo inventato, più elegante persino della lingua che l’ha partorito.
Questa sintassi ha un costo silenzioso, ed è misurabile. Tra il 2003 e il 2024 la quota di uomini che si informa di politica almeno una volta a settimana è scesa dal 66,7% al 54,1%; tra le donne, dal 48,2% al 42,5%. Non si parla di partecipazione attiva: è la soglia più bassa possibile in assoluto, leggere un titolo, ascoltare due minuti di telegiornale mentre si aspetta la pasta. Anche quella si sta erodendo. Eppure il volume del lamento non cala insieme all’attenzione: cala l’informazione, resta stabile, anzi cresce, l’opinione. Ci si informa sempre meno su cosa succede, e ci si lamenta sempre della stessa quantità di cose, con la stessa identica sicurezza di prima. La grammatica del “loro” non ha bisogno di informazione per funzionare. Ha bisogno solo di un bersaglio abbastanza vago da non poter mai essere smentito e, di questo, per fortuna nostra, non siamo mai a corto.
Non sapere cosa sia successo e avere comunque un’opinione precisa su di chi sia colpa non è un paradosso italiano. È l’unico sistema operativo che gira ancora senza mai un aggiornamento, una patch, una manutenzione.
3. Il paradosso del cittadino digitalmente indignato e fisicamente immobile
Nel 2014 poco meno di 6,5 milioni di cittadini italiani esprimevano opinioni politiche o sociali online. Oggi sono oltre 10,5 milioni (un utente Internet su quattro): un esercito di commentatorida tastiera che non ha mai letto e scritto un editoriale in vita sua. Il volume dell’opinione pubblicata è più che raddoppiato in dieci anni. Nello stesso periodo, la quota di utenti Internet che ha partecipato a una consultazione o votazione online su temi civici o politici (firmare una petizione, esprimersi su un piano urbanistico, qualunque cosa richieda un secondo passaggio oltre allo scrivere un commento) si ferma all’11,2%. Un decimo scarso di chi urla, di fatto, firma.
Il divario tra queste due cifre è la misura esatta di cosa sia diventato il lamento in Italia: un prodotto a costo marginale zero, prodotto in serie, senza controllo qualità. Scrivere un commento non richiede tempo, non richiede verifica, non richiede di lasciare un indirizzo email né una firma verificabile. Firmare una petizione richiede tutte e tre le cose, più il fastidio di doverci pensare due volte. La differenza tra il 25% che commenta e l’11% che firma non è ideologica. È logistica, quasi meschina nella sua semplicità. È la differenza tra dire qualcosa e doverne rispondere davanti a qualcuno che può controllare chi sei.
Lo stesso pattern lo abbiamo già visto nel confronto con la piazza: la partecipazione a un corteo è scesa dal 6,8% del 2003 al 3,3% del 2024; quella a un comizio dal 5,7% al 2,5%. Mentre la piazza fisica si svuota, la piazza digitale trabocca. Non perché gli italiani si siano disamorati della protesta ma perché ne hanno trovato una versione che non costa niente, non produce niente, non lascia lividi né precedenti penali, e l’hanno preferita in massa, quasi con sollievo. Un’indignazione usa-e-getta, leggera come un like, sterile come un tweet, innocua come una notifica silenziata.
Un paese che raddoppia le opinioni pubblicate e non muove di un millimetro la percentuale di chi firma qualcosa non è un paese senza voce. È un paese che ha scoperto come avere voce senza mai dover rispondere del tono. È o non è la trovata più comoda della nostra storia recente?
4. Il crollo silenzioso
Nel 2008 il Partito Democratico contava circa 800.000 iscritti. Nel 2022 erano scesi a circa 50.000: un decimo, sparito senza che nessuno abbia mai davvero chiesto dove fossero finiti. Non è un caso isolato di un singolo partito in difficoltà. È la fotografia di un intero sistema che si sta silenziosamente svuotando dal basso. Nella Prima Repubblica il PCI e la Democrazia Cristiana toccavano entrambi, in certi periodi, i 2 milioni di iscritti ciascuno: gente che pagava, che andava alla sezione, che litigava per una tessera. Oggi i cinque partiti maggiori italiani (Fratelli d’Italia, Partito Democratico, Lega, Movimento 5 Stelle, Forza Italia) hanno tutti, nessuno escluso, tra i 50.000 e i 150.000 iscritti a testa. Sommati insieme, probabilmente non arrivano al numero di persone che un tempo si iscriveva a uno solo di quei due partiti storici, e nemmeno nel loro anno migliore.
L’appartenenza organizzata, quella che costa una quota, richiede una tessera, implica una presenza fisica a un congresso o a una sezione fredda un martedì sera si è quasi azzerata. È l’ultimo gradino della scala che abbiamo già percorso tutta: dalla piazza fisica (in calo) alla piazza digitale (in crescita esponenziale) fino alla forma più impegnativa di tutte, l’iscrizione formale a un corpo intermedio, che è semplicemente collassata su se stessa senza fare rumore. Resta in piedi solo il livello più economico di tutti: il commento, l’opinione, il lamento pronunciato e mai firmato in calce a nulla, mai reso vincolante da nessuna parte.
Ci si lamenta dei partiti “lontani dalla gente” mentre la gente, alla prima occasione di avvicinarsi – una tessera, dieci euro, un’ora al mese di tempo, si allontana lei per prima, con passo svelto. Con una coerenza quasi ammirevole, se non fosse così comoda.
5. Chi ci guadagna dal lamento
C’è un motivo se il ciclo dell’indignazione italiana non si chiude mai: a qualcuno conviene, e parecchio, che resti spalancato. Talk-show, quotidiani, politici d’opposizione. Chiunque viva di attenzione ha un incentivo strutturale a mantenere il problema vivo, mai risolto, sempre citabile nella prossima puntata come fosse una serie rinnovata di stagione in stagione. Un problema chiuso è un programma cancellato, un ascolto perso, un ospite fisso senza più niente da dire. Un politico che ottenesse davvero ciò che chiede in ogni comizio si toglierebbe il comizio successivo con le proprie mani. E quello, diciamocelo, non glielo perdona nessuno, nemmeno il suo elettorato più fedele.
Questo non è complottismo. È economia dell’attenzione applicata alla politica con la stessa efficienza con cui si applica a qualsiasi altro prodotto di consumo. Il format dell’indignazione settimanale funziona perché ha un pubblico fedele che chiede la stessa dose ogni volta, alla stessa ora, sullo stesso canale, e quel pubblico non chiede soluzioni: chiede conferma, chiede la carezza dell’avere ragione. Vuole sentirsi dire che ha ragione ad arrabbiarsi, non vuole sapere cosa fare della rabbia una volta incassata. E chi glielo fornisce lo sa benissimo, è il motivo per cui lo stesso conduttore, lo stesso editorialista, lo stesso leader di partito possono ripetere la stessa indignazione identica per dieci anni consecutivi senza che nessuno gli chieda mai conto del fatto che, in dieci anni, il problema è esattamente dov’era. Perché il problema non è un ostacolo da rimuovere. Il problema è il prodotto che vendono. La soluzione sarebbe il fallimento del loro intero modello di business, e nessuno licenzia se stesso volontariamente.
Se il lamento risolvesse qualcosa, smetterebbe di essere redditizio all’istante. Ed è per questo che nessuno, tra chi ci campa, ha il minimo interesse a farlo smettere. Noi compresi, ogni volta che lo consumiamo come intrattenimento.
6. Meglio restare vittime a vita che rischiare di scoprirsi mediocri
Il meccanismo non si ferma alla politica, sarebbe troppo comodo circoscriverlo lì. Si parla come si parla di Palazzo Chigi anche del capoufficio, del semaforo, della propria intera esistenza. È una lingua madre, non un dialetto elettorale che si smette di parlare fuori stagione.
Il datore di lavoro. Ci si lamenta dello stipendio fermo, del capo che non capisce niente, del contratto ingiusto scritto apposta per fregarci, ma la richiesta di aumento non si formula quasi mai per iscritto, il colloquio di uscita resta educato e sorridente fino all’ultimo minuto, e la lettera di dimissioni, quando finalmente arriva, non spiega mai perché davvero, si limita a un burocratico “per motivi personali”. Il lamento sostituisce la trattativa: è più comodo, costa zero, e soprattutto non rischia mai un rifiuto in faccia, un no detto guardandoci negli occhi. Meglio restare vittime a vita che rischiare, anche solo per un secondo, di scoprirsi mediocri. È la stessa paura, capovolta, di chi non riesce a fare un crack: non è che manchi il coraggio di provarci, è che manca la disponibilità a essere visti provarci male. Il lamento è il rifugio di chi preferisce non giocare piuttosto che rischiare di perdere davanti a un pubblico. E infatti l’Italia non perde quasi mai, in pubblico: semplicemente, non gioca.
La sfortuna. “Non ho mai fortuna io”. “Va sempre così, a me, guarda caso”. È la versione domestica, casalinga, della grammatica del “loro”: un soggetto esterno e non identificabile (non un ministro, stavolta, ma il destino in persona) a cui affidare la responsabilità di ogni singolo esito negativo, senza che nessuno, nemmeno chi parla nello specchio, debba davvero interrogarsi sulle proprie scelte, sui propri rimandi, sulle proprie scorciatoie mancate. Il destino è il ministro più comodo di tutti: non risponde mai al telefono, non convoca mai un tavolo tecnico, non deve mai giustificarsi in un question time.
La fila, il traffico, la burocrazia. Il lamento più praticato e meno costoso di tutti, il pane quotidiano della conversazione italiana. Si esaurisce interamente nell’atto stesso di essere pronunciato, al collega davanti alla macchinetta del caffè, al bar la domenica mattina, al telefono con un parente che neanche ascolta più. Mai una raccomandata all’ufficio competente, mai un reclamo formale con tanto di protocollo e numero di pratica. La lamentela orale ha una proprietà quasi farmacologica: produce un sollievo psicologico identico, sull’encefalogramma, a quello di un’azione reale, a una frazione infinitesimale del costo e dello sforzo. È l’omeopatia dell’indignazione: fa sentire meglio, non cura assolutamente niente, e nessuno si aspetta che lo faccia.
Il “così fan tutti”. La normalizzazione della scorciatoia attraverso il lamento sul sistema, il capolavoro retorico definitivo. Ci si lamenta delle tasse troppo alte mentre si evade quel poco che si riesce a evadere senza farsi beccare; ci si lamenta della raccomandazione altrui con vera indignazione morale mentre si cerca disperatamente, in silenzio, la propria. Il lamento, qui, non è solo scarico di responsabilità, è una piccola assoluzione preventiva, comprata in anticipo, per la prossima scorciatoia che si prenderà comunque, senza troppi sensi di colpa. Una preghiera laica recitata poco prima di peccare, giusto per mettersi la coscienza a posto in tempo utile.
Se lo Stato non risponde ai suoi cittadini e il capoufficio non risponde ai suoi dipendenti, forse non è solo perché non ascoltano davvero. È perché nessuno, dall’altra parte, ha mai bussato sul serio, con la mano chiusa a pugno invece che aperta a lamentarsi. Preferiamo restare fuori, al freddo, a borbottare sotto voce: è più sicuro, e ci lascia sempre una via di fuga.
Non c’è una cospirazione dietro l’immobilismo italiano, nessuna regia occulta a tirare i fili. C’è una convenienza collettiva, silenziosa, mai dichiarata ad alta voce ma perfettamente compresa da tutti, a scegliere sempre e comunque l’opzione più economica sul menu: lamentarsi costa un commento, un sospiro, una battuta amara al bar. Agire costa una firma, una tessera, un rischio reale, cinque mesi di piazza come in Francia, magari anche una denuncia. Ogni singola volta che il conto si presenta al tavolo, l’Italia – noi, tutti, senza eccezioni – sceglie sistematicamente la voce più bassa della lista dei prezzi, e poi si lamenta pure di quella. Non abbiamo mai imparato a fare un crack: abbiamo imparato, benissimo, a raccontarcelo dopo.
Ci lamentiamo benissimo. Ed è proprio per questo che nessuno si sente più in dovere di risponderci.


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