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Il Sud non è arretrato. E’ il futuro che l’Italia finge di non vedere

Un milione di giovani partiti. Centoquarantotto miliardi di capitale umano regalati al vincitore. Eppur si muove.

I. Il dissanguamento. I numeri che nessuno vuole leggere ad alta voce.

Dal 2002 al 2024 quasi un milione di giovani ha lasciato il Sud. Non un esodo biblico, un salasso quotidiano e silenzioso: valigie di notte, treni all’alba, aerei low-cost pieni di cervelli freschi. Il saldo netto negativo nella fascia 25-34 anni supera le 500.000 unità, di cui circa 270.000 laureati. Quelli che il Sud ha cresciuto con soldi pubblici e speranza, per poi vederli ingrassare le imprese del Centro-Nord o i laboratori tedeschi. Nel solo 2024 il buco è stato di oltre 17.000 unità. Ogni anno, con la puntualità di un cancro.

Il numero che dovrebbe far vergognare l’intera classe dirigente nazionale è 148 miliardi di euro: il valore del capitale umano che il Sud ha regalato al resto del Paese. Non è una stima. È la cifra calcolata dal CNEL sul trasferimento di risorse umane dal Mezzogiorno al Centro-Nord negli ultimi decenni. Paghi la scuola, paghi l’università, paghi la formazione, paghi persino la delusione finale. È il sussidio più grande, più ipocrita e meno dichiarato della storia repubblicana. E non appare in nessun bilancio, non viene votato da nessun parlamento, non viene rendicontato a nessun contribuente.

Eurispes 2026 chiude il cerchio con sadica eleganza: tra 2021 e 2024 il Mezzogiorno ha creato 100.000 posti per under 35 e ne ha persi 175.000. Più lavoro, meno giovani. Perché il lavoro offerto è pane raffermo e prospettive da fame. A parità di laurea, un terrone prende in media 375 euro netti in meno al mese di un collega del Nord-Ovest (1.487 contro 1.862). Trecentosettantacinque euro al mese per tutta la vita, solo per il reato di essere nata sotto il parallelo sbagliato, terroni.

Non è pigrizia. È il prezzo del codice postale.

II. La classe politica che ci guadagna a non cambiare niente.

Il clientelismo meridionale non è un relitto folkloristico. È un meccanismo raffinato, oliato, razionale. Produce consenso come una fabbrica produce bulloni: distribuisci briciole, ottieni fedeltà; mantieni la dipendenza, vendi la soluzione. Chi ci campa sopra ha tutto l’interesse a conservarlo intatto.

Guardate la classifica 2025 del Governance Poll del Sole 24 Ore: le ultime posizioni sono un elenco telefonico del Sud. Ultimo Roberto Lagalla a Palermo, penultimo Giacomo Tranchida a Trapani. I meridionali non amano i loro sindaci. Li votano lo stesso? Perché l’alternativa è aria fritta o lo stesso piatto riscaldato.

L’INPS fotografa il capolavoro: tra 2018 e 2024 la quota di precari al Sud è salita dal 17,1% al 20,5%, mentre al Nord calava. Più l’Italia cresceva, più il Sud diventava terra di stagionali e co.co.co. eterni. Il precario non protesta troppo. Il precario dipende. Il precario vota.

Non è incapacità. È un progetto che funziona alla perfezione.

III. Lo Stato che aiuta male, o non aiuta affatto.

La decontribuzione Sud funzionava. Per questo l’hanno smontata. La Commissione europea ha detto no alla proroga e dal 2025 è rimasta la briciola: solo per contratti già esistenti. Risultato: -42,7% di nuove assunzioni in un anno. Lo strumento più efficace mai inventato per portare lavoro al Sud è stato spento mentre scaldava.

Il bonus asilo nido è la metafora perfetta dello Stato italiano: dai i soldi per un servizio che non esiste. Al Sud lo usa il 29% delle famiglie (19,7% in Calabria), contro il 43% del Centro. Non perché non serva. Perché gli asili non ci sono. È come regalare un biglietto del tram in un paese senza binari.

Nelle province siciliane di Agrigento, Enna, Caltanissetta e Palermo, oltre il 60% delle donne tra 20 e 25 anni non ha mai versato un contributo previdenziale. Una generazione intera già fuori dal gioco prima di cominciare. Non statistiche. Condanne a vita.

Lo Stato misura il disastro con precisione svizzera. Poi lo lascia esattamente dov’è.

IV. Il laboratorio. Quello che succede al Sud arriverà al Nord.

Basta con la favola delle due Italie: il Nord locomotiva, il Sud zavorra. È una storia falsa, costruita su un pregiudizio vecchio come il Risorgimento e aggiornata ogni vent’anni con nuovi dati che la smentiscono ma che vengono ugualmente ignorati. Comoda per chi la racconta. Letale per chi ci vive dentro.

Il Sud non è il nostro passato. È il vostro futuro in anteprima. La precarietà che da noi è già norma, da voi sta diventando tendenza. La fuga di cervelli che da noi dura da decenni, da voi è appena cominciata. Il welfare che crolla senza un mercato del lavoro sotto, da noi è già macerie, da voi sarà la prossima sorpresa.

Ogni fallimento sperimentato qui – incentivi senza infrastrutture, bonus senza servizi, decontribuzioni interrotte a metà, welfare che presuppone un mercato del lavoro che non c’è – prima o poi verrà replicato lì. Il Mezzogiorno è la cavia. Il Nord guarda dall’altra parte fingendo che l’esperimento non lo riguardi. Ma gli esperimenti falliti non restano confinati al laboratorio. Prima o poi escono. E quando escono, non chiedono il permesso.

C’è però un dato che non viene dal nulla e che vale la pena citare, anche se la fonte è di parte. Persino Confindustria – che non ha l’abitudine di fare i complimenti al Sud per niente – ammette che la ZES Unica sta funzionando. Da quando è entrata a regime, la Zona Economica Speciale Unica ha generato circa 1.500 autorizzazioni uniche, oltre 9 miliardi di euro di investimenti diretti e circa 25.000 nuovi occupati stimati. Il dato più interessante non è il totale: è la composizione. I nuovi insediamenti sono il 45% dei progetti ma generano il 65% degli investimenti e il 55% dell’occupazione. Traduzione: la semplificazione amministrativa non trattiene solo chi c’era già. Attrae chi non era mai venuto. Quando anche chi solitamente guarda altrove comincia a guardare qui, qualcosa è cambiato. Non abbastanza. Non ancora. Ma qualcosa.  Il Sud non è un’eccezione. È l’avvertimento che nessuno vuole leggere.

V. Qualcosa si muove. Nonostante tutto.

Il salasso rallenta. Dal -135.000 del 2001 al sotto i -70.000 del 2022. Non è la riscossa – sarebbe disonesto chiamarla così – ma è un respiro più lungo, qualcosa di diverso rispetto al dissanguamento sistematico degli anni precedenti. In alcune aree si registra già un saldo positivo nei movimenti interni. Piccolo, fragile, ma reale. La direzione è cambiata per qualcuno. Non ancora per tutti.

Gli immatricolati meridionali nelle università del Centro-Nord sono scesi da 24.000 a 17.000 in pochi anni. Non è solo un numero: è la misura di quante famiglie hanno cominciato a credere che l’ateneo di casa valga qualcosa. Che studiare a Napoli, a Bari, a Catania non sia sinonimo di ripiego. Che il talento non debba necessariamente imballare le valigie per essere riconosciuto.

A Ragusa è nata OASI digitale: una rete di una dozzina di aziende, 1.350 professionisti, oltre 350 milioni di fatturato e una suite di intelligenza artificiale interamente made in Sicilia. Non una startup da pitch competition. Un’impresa reale, con clienti reali, costruita in una provincia che l’immaginario collettivo italiano associa alla spiaggia e al traffico estivo. A Cosenza, Bari, Napoli, Salerno nascono startup come funghi in un terreno che tutti dicevano avvelenato. Il Sud vale il 25% dell’ecosistema nazionale di startup innovative. Non folklore. Non eccezioni. Fatti.

E poi c’è Napoli. Gaetano Manfredi è il sindaco meridionale che non fa schifo nelle classifiche nazionali – anzi, scala regolarmente le vette del Governance Poll mentre i suoi colleghi del Sud si contendono gli ultimi posti. Non perché Napoli sia diventata Venezia, o che i problemi strutturali siano scomparsi con un decreto. Ma perché dimostra, dati alla mano, che si può amministrare il Sud diversamente. Che la rassegnazione non è una condizione geografica. Che l’eccezione virtuosa è possibile anche dove tutti ti dicono di no.

Il cambiamento non arriva dal sistema. Arriva nonostante il sistema. E per questo è l’unico che dura.

VI. Perché l’Italia non vuole vedere.

Ammettere che il Sud è il laboratorio del fallimento italiano significa fare una cosa che l’Italia non ha mai imparato a fare: guardarsi allo specchio senza girarsi dall’altra parte. Non è questione di meridionali scansafatiche contro settentrionali laboriosi. Non è questione di culture diverse, di mentalità diverse, di storie diverse. È questione di sistema unico che produce gli stessi veleni, solo che al Sud – dove la pelle è più sottile, le protezioni più fragili, i margini più stretti – si vedono prima le piaghe. Il Sud non è diverso dall’Italia. È l’Italia senza la rete di sicurezza.

La narrazione delle due Italie è l’ultima grande bugia nazionale. Funziona perché è comoda: se il problema è “laggiù”, tra gente diversa, con storia diversa e cultura diversa, allora non ti riguarda. Puoi dormire tranquillo. Puoi non fare niente. Puoi continuare a votare chi ti racconta questa storia perché è molto meno impegnativa della verità. La verità è che è uno solo, il problema. E vi sta arrivando. Lentamente, con qualche anno di ritardo, mascherato da altre cause. Ma sta arrivando.

Il pregiudizio sul Sud è l’ultima scusa dell’Italia per non guardarsi allo specchio.

VII. Rabbia, tempo perso, e qualcuno che è rimasto.

C’è una rabbia che non urla ma brucia, che ti prende quando guardi questi numeri e capisci che non è stata sfortuna. È stato un progetto.

Trecentosettantacinque euro di differenziale salariale mensile a parità di titolo. Sessanta per cento di donne senza contribuzione a vent’anni nelle province siciliane. Centosettantacinquemila giovani andati via mentre il Sud creava centomila posti di lavoro. Questi numeri non sono casuali. Sono il risultato di decenni di scelte – politiche, economiche, istituzionali – che hanno privilegiato la stabilità del sistema rispetto allo sviluppo delle persone. La rabbia è proporzionale al tempo sprecato. E il tempo sprecato è tanto.

Mentre scappavamo, qualcuno è rimasto. E ha cominciato a costruire. Senza decreti salvifici, senza fondi europei promessi e mai arrivati, senza aspettare che il sistema si degnasse di cambiare direzione. Con quello che c’era – che spesso non era molto. In un contesto che non aiutava, anzi che a volte ostacolava attivamente. Eppure ha costruito lo stesso. Le aziende di Ragusa e Cosenza, gli atenei che cominciano a trattenere i propri studenti, i sindaci che dimostrano che governare bene è possibile anche dove tutti ti dicono di no, nessuno di questi è nato grazie al sistema. Sono nati nonostante il sistema. E forse è per questo che tengono.

Noi siamo andati via. Avevamo le nostre ragioni: buone, concrete, difficili da contestare. Il differenziale salariale, le prospettive, i sistemi che non funzionavano. Avevamo ragione su tutto, tecnicamente. Loro sono rimasti. Avevano le loro ragioni: il territorio, le radici, la testardaggine di chi non vuole lasciare che altri decidano per lui. Tra vent’anni sapremo chi aveva torto. Il sospetto è che la risposta sarà più complicata, più amara e più vera di qualunque narrazione ci siamo raccontati finora. Da una parte e dall’altra.


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