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Se ne sono andati. La politica non l’ha notato

I. Il paziente non risponde più alle chiamate

C’è un numero che dovrebbe tenere svegli di notte i segretari di partito, i consulenti di comunicazione, gli spin doctor pagati a peso d’oro per capire dove va l’Italia. Quel numero è il 43,6%. È la percentuale di italiani che si è recata alle urne nelle regionali di novembre 2025 – Veneto, Puglia, Campania – con un calo di quattordici punti rispetto alla tornata precedente. In termini assoluti, 2,3 milioni di persone hanno semplicemente smesso di votare rispetto a cinque anni prima.

Prima di queste regionali c’era già stato il record delle europee 2024: 49,69% di affluenza, prima volta nella storia repubblicana sotto il 50%. Prima ancora, le politiche del 2022 con il 63,9%, minimo storico per le elezioni generali. Il trend non è un incidente di percorso. È una direzione.

Il punto non è che gli italiani abbiano smesso di avere opinioni. Le hanno, eccome. Il punto è che hanno smesso di ritenere utile esprimerle nelle urne. E questo è un problema radicalmente diverso, molto più serio, di un normale calo di fiducia nella politica.

La democrazia funziona, meglio di prima. Il problema è che sempre meno persone ritengono valga la pena usarla.

II. Il Sud ha già deciso: non partecipa

Se volete capire dove va l’astensionismo italiano, guardate al Sud. Non perché sia un fenomeno meridionale (non lo è) ma perché al Sud la frattura tra cittadino e istituzione non è una crepa nel muro: è il muro che è crollato. Si manifesta prima, più in profondo e con una brutalità statistica che non lascia spazio a interpretazioni di comodo.

Alle europee del 2024, nella circoscrizione meridionale ha votato il 43,7% degli aventi diritto. Nelle isole, il 37,8%. In Campania, a Napoli, alle regionali del 2025 si è recato alle urne il 39,6% degli elettori. Meno di quattro persone su dieci. Nel capoluogo di una regione di cinque milioni di abitanti.

I dati Ipsos raccontano che oltre tre quarti delle persone in difficoltà economica non hanno espresso un voto valido alle ultime europee. Nel ceto medio-basso, l’area del non-voto supera il 60%. Il legame tra condizione economica e astensionismo è ormai strutturale, non episodico.

Il paradosso è illuminante, e abbastanza grottesco da meritare di essere detto chiaramente: il Sud è l’area del Paese che ha beneficiato di più del Reddito di Cittadinanza, la misura più fallimentarmente ambiziosa di trasferimento diretto degli ultimi vent’anni, ed è anche l’area che si astiene di più. Come se il messaggio ricevuto fosse: “lo Stato ti dà qualcosa, ma non aspettarti che la tua opinione conti”. L’assistenzialismo, nelle sue forme più pure, non produce partecipazione. Produce dipendenza e rassegnazione. Produce elettori che aspettano il prossimo assegno, non cittadini che vogliono cambiare qualcosa.

E qui vale la pena aprire una parentesi scomoda sull’intero impianto redistributivo italiano: un sistema che pareggia verso il basso, che non premia chi investe su sé stesso, che rende il percorso di carriera così lento e così penalizzato fiscalmente da non valere la pena intraprenderlo. 

Perché dovrebbe un giovane del Sud impegnarsi a costruire una carriera, se l’impatto economico finale è risibile rispetto al patrimonio ereditato, alla rendita familiare, alla protezione informale della rete di conoscenze? Il voto non è l’unica cosa che è andata a casa. Ci sono andati anche l’ambizione e il merito.

Il Reddito di Cittadinanza non ha risolto la povertà. Ha finanziato l’immobilità.

III. Destra e sinistra: due modi diversi di non capire

La narrazione comoda vorrebbe due schieramenti speculari, egualmente colpevoli, equamente distanti dalla realtà. La verità è più asimmetrica, e quindi più interessante.

Il centrosinistra italiano, con il PD come architrave e una costellazione di partitini come corona decorativa, ha costruito negli ultimi anni una proposta politica impeccabile dal punto di vista della coerenza interna e sostanzialmente irrilevante dal punto di vista dell’elettore mediano. I temi che animano i congressi del PD (diritti civili, ius scholae, rappresentanza di genere, transizione ecologica come priorità assoluta) sono temi reali e legittimi. Sono anche temi che l’elettore che fatica a pagare il mutuo o a trovare un medico di base colloca esattamente dove colloca le mostre d’arte: importanti in linea di principio, urgenti mai.

La sinistra ha preso residenza nella torre d’avorio, ha chiuso la porta dall’interno e ha cominciato a spiegare ai cittadini perché le loro preoccupazioni erano sbagliate. Risultato prevedibile: i cittadini hanno smesso di ascoltare.
Risultato meno discusso: la sinistra ha smesso di accorgersene.

Il centrodestra, e in particolare Fratelli d’Italia, ha fatto una cosa diversa e per certi versi più cinica ma più efficace: ha parlato di pancia, di sicurezza, di identità, di immigrazione, di bollette. Temi su cui è facile fare promesse e difficile essere chiamati a rendiconto. Ma almeno erano temi che qualcuno voleva ascoltare.

C’è però un elemento che va riconosciuto al governo Meloni, al netto di tutte le critiche possibili: una capacità di pragmatismo che la sinistra ha perduto da tempo e fatica persino a ricordare come si eserciti. Le dimissioni di Santanchè e Del Mastro, approvate dall’84% degli italiani secondo Demopolis, mostrano un esecutivo capace di sacrificare pezzi di sé per non affondare con loro (in realtà, dimostrano una Meloni capace di). È cinismo? Assolutamente. È anche politica. La sinistra preferisce affondare insieme, compatta nel colpevolizzare chi non capisce, piuttosto che ammettere che qualcosa non va.

Il vero problema di entrambi gli schieramenti, però, non è ideologico. È strutturale. Nessuno dei due lavora in modo proattivo. Entrambi reagiscono all’altro. La politica italiana è diventata uno sport di risposta: ogni mossa è una contromossa, ogni proposta è un’accusa travestita da progetto. In questo schema, l’elettore che cercava una visione ha trovato solo un ping-pong. E ha spento il telefono.

I partiti si sono convinti di star combattendo tra loro. Nel frattempo, gli elettori stavano già andando via. E nessuno ha guardato abbastanza oltre il proprio naso da accorgersene.

IV. I giovani non votano perché hanno già capito

Esiste una lettura consolatoria del voto giovanile: i giovani si astengono ma sono attenti, informati, pronti a tornare quando troveranno qualcosa che li rappresenti. È una lettura generosa. E probabilmente sbagliata.

I dati raccontano qualcosa di più duro: il 93% dei giovani tra i 18 e i 24 anni si sente escluso dalle decisioni del Paese (BiDiMedia, 2025). Il 54% di loro, alla domanda “chi ammiri?”, risponde “nessuno”. Non è apatia romantica. È una valutazione razionale: il mio voto non sposta nulla, quindi perché spendere una domenica mattina per esprimerlo?

I giovani che votano, e sono una minoranza, si orientano verso il centrosinistra, AVS, il PD. Non per convinzione ideologica profonda, ma perché percepiscono il centrodestra come il partito dei loro genitori e nonni. È un voto di differenziazione generazionale, non un mandato politico. Non è sufficiente a spostare gli equilibri, e loro lo sanno.

I Millennials (30-40enni) sono invece i più arrabbiati e i più astensionisti. Hanno vissuto due crisi economiche, una pandemia, il mercato del lavoro più precario degli ultimi cinquant’anni. Hanno votato per tutti, nessuno escluso. 

Hanno smesso perché hanno già fatto l’esperimento.

V. I partiti parlano ancora in televisione. Gli elettori sono altrove.

C’è una scena che si ripete con una regolarità quasi comica. Un leader politico italiano registra un video per i social. Lo gira male, con una luce al neon alle spalle e un logo del partito centrato come se fosse una slide di PowerPoint del 2008. Lo pubblica sui social. Lo condividono i militanti. Gli altri partiti rispondono con un comunicato stampa. I giornali lo riprendono. Gli elettori, quelli che si vuole conquistare, non lo hanno mai visto.

La comunicazione politica italiana è strutturalmente pensata per chi già vota. Per i militanti, per gli addetti ai lavori, per i giornalisti politici che seguono tutto e influenzano pochi. L’ecosistema dei nuovi media, TikTok, YouTube, i podcast, i creator indipendenti, è abitato da milioni di italiani under 40 che formano le proprie opinioni su chi votare (o sul perché non farlo) attraverso canali che i partiti italiani considerano ancora di serie B. Il risultato è che la politica parla ad alta voce in una stanza vuota e sussurra, quando parla, nelle stanze dove c’è ancora qualcuno.

Non è solo un problema di formato. È un problema di linguaggio, di ritmo, di onestà percepita. I giovani che si informano su YouTube o attraverso newsletter indipendenti hanno sviluppato un radar molto preciso per il politichese, per la risposta che schiva la domanda, per il sorriso di chi ha già la risposta pronta prima che venga formulata la domanda. Quel radar scatta in tre secondi e porta allo swipe. La televisione permette di parlare dieci minuti nel vuoto. I nuovi media no.

Il centrodestra è riuscito a intercettare meglio il registro populista dei social, toni diretti, nemici chiari, messaggi brevi, ma anche questo rimane un adattamento superficiale. Nessun partito italiano ha ancora capito che comunicare sui nuovi media non significa fare quello che si faceva in televisione con più filtri e musica di sottofondo. Significa essere autentici, o almeno saper simulare l’autenticità abbastanza a lungo da essere credibili. Significa accettare che l’interazione sia bidirezionale: non un comizio, ma una conversazione. E le conversazioni, si sa, sono scomode quando non si è preparati alle domande.

Il vuoto di comunicazione autentica ha un effetto collaterale spesso sottovalutato: lo riempiono altri. I creator politici indipendenti, i commentatori irriverenti, i profili satirici che in pochi mesi raccolgono più follower di quanto un partito ne abbia mai conquistati in anni di presenza istituzionale. Non è detto che quello che dicono sia più accurato o più utile. È quasi certo che sia più ascoltato.

I partiti italiani hanno scoperto i social media nello stesso momento in cui hanno smesso di capirli. Pubblicano contenuti per i propri elettori, non per quelli che vorrebbero conquistare. È come aprire un negozio e fare pubblicità solo ai clienti già fedeli. Prima o poi, i clienti muoiono.

VI. Il 2027 e il grande pareggio

Le prossime elezioni politiche si terranno nel 2027. I sondaggi attuali, aggregati dalla Supermedia YouTrend di maggio 2026, disegnano uno scenario che sarebbe comico se non fosse preoccupante: uno stallo quasi perfetto.

Fratelli d’Italia si attesta intorno al 28%, il PD al 22%, M5S al 12-13%, Forza Italia all’8%, Lega al 6-7%, AVS al 6-7%. Le coalizioni si equivalgono: il centrodestra oscilla tra il 44 e il 48% a seconda di chi porta a casa Azione e Futuro Nazionale; il campo largo tra il 41 e il 48% a seconda di chi riesce ad allearsi con chi senza implodere prima del voto.

Il problema è che questi numeri si reggono su un’ipotesi che i dati stanno sistematicamente smentendo: che gli elettori ci siano. Demopolis stima che oggi il 40% degli italiani resterebbe a casa se si votasse domenica. Quaranta percento. Quel 40% è il vero ago della bilancia del 2027, e nessun partito ha una strategia credibile per recuperarlo.

La riforma della legge elettorale, in discussione in Parlamento con l’obiettivo di introdurre un premio di maggioranza, potrebbe blindare chi vince anche con percentuali basse di partecipazione. Il che significherebbe, nella pratica, governi sempre più forti formalmente e sempre più fragili nella legittimazione sostanziale. Una democrazia che funziona tecnicamente e che perde senso politicamente.

Alle prossime elezioni, il partito più votato potrebbe essere ancora quello del divano. E stavolta potrebbe anche fare il pieno.

VII. Tre domande senza risposta (per chi ha ancora stomaco per farle)

Fine della farsa. 

L’Italia è diventata un cadavere tiepido che ancora si muove per riflesso nervoso: i partiti litigano sul colore delle mosche che gli girano intorno, i giornalisti fanno la telecronaca dell’agonia come se fosse una partita di Champions, e il “popolo sovrano”, quello mitologico che compare solo nei discorsi, ha deciso di alzarsi dal tavolo, ruttare in faccia a tutti e andarsene sul divano a guardare Netflix. 

43,6%.

Pensateci. Quasi la metà degli italiani ha guardato le regionali del 2025 e ha detto: «No grazie, tenetevela». Non è stanchezza. È disprezzo puro. Assistenzialismo perfetto: ti compra l’astensione e ti rivende come consenso inesistente. Geniale. Schifoso.

Italiano.

La sinistra intanto continua a fare la morale dalla torre d’avorio, con il ditino alzato e il gergo da master in diritti umani pagato da mamma e papà. “Ma come, non ti interessa lo ius scholae mentre non arrivi a fine mese?” Bravi. 

Tra un convegno sul gender e l’altro state perdendo pure i morti, che almeno loro non potevano scappare. La destra? Più furba, più cinica, più moderna. Ha imparato a parlare alla pancia mentre si riempie le tasche. 

Sa recitare il copione dell’uomo del popolo con la cravatta da mille euro. 
Funziona, per ora. 

I giovani? Hanno già staccato la spina. Non sono apatici. Sono disintossicati. Hanno visto i genitori votare a destra, a sinistra, al centro, per il Movimento, per il non-movimento, e il risultato è sempre lo stesso: mutuo a vita, contratto a progetto, figlio che scappa all’estero, e un parlamentare che discute di quote rosa mentre l’ambulanza arriva quando sei già freddo. 

Hanno capito la verità più sporca di tutte: non esiste destra o sinistra. Esiste una sola classe dirigente incestuosa che si scambia poltrone, favori, appalti, vitalizi e figli da sistemare. Cambiano la cravatta, il taglio di capelli e il nemico del mese, ma la sostanza resta. Sempre. E mentre loro organizzano convention con catering da 80 euro a portata, tu scegli se pagare la bolletta o mangiare carne due volte a settimana. 

Mentre loro parlano di transizione ecologica, tuo figlio prende Ryanair per Berlino perché qui il merito è una barzelletta raccontata dai raccomandati. 

Il partito del divano sta vincendo.

E vincerà ancora di più nel 2027. Governeranno con il 25-28% dei voti reali, su un elettorato dimezzato. Governeranno un Paese di fantasmi. Legittimati da niente. Odiati da tutti. E faranno pure i sorpresi. Questa non è protesta. Non è rivoluzione.

È abbandono

Gli italiani non stanno boicottando la democrazia. Stanno semplicemente riconoscendo che la democrazia, in questa versione putrefatta, è diventata una truffa scaduta con il sorriso stampato in faccia. E allora che vadano affanculo. 

Tutti. Destra, sinistra, centro, giornali, talk show, intellettuali, influencer di partito, analisti, spin doctor, segretari, capigruppo e portaborse. 

Il paziente non risponde più alle sollecitazioni. E forse, per la prima volta dopo decenni, sta finalmente facendo la cosa più intelligente della sua vita. Niente. Mentre la politica continua a parlare nella stanza vuota. 

Tanto nessuno vi sente più. E nessuno, proprio nessuno, vi piangerà.

Ma, tanto, continueranno a spiegarci perché stiamo sbagliando.


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