L’hanno deciso loro.
Classe dirigente, porte girevoli e il grande sistema di cooptazione che governa l’Italia contemporanea.
I. Il club esiste. Non ha statuto, sede, tessera. Funziona lo stesso.
C’è una domanda che in Italia si fa solo sottovoce, come se fosse di cattivo gusto: chi cazzo decide davvero? Non chi firma i decreti con la faccia da statista per il tg delle venti. Chi decide cosa deve finire sulla scrivania da firmare. Chi stabilisce quali problemi esistono e quali invece sono “polemiche”. Chi filtra le soluzioni accettabili e butta nel cestino quelle pericolose.
La risposta è sempre la stessa da trent’anni. Cambia la targhetta sulla porta, non cambia il bonifico. La classe dirigente italiana è un circolo chiuso che si autoriproduce come una colonia di cozze su uno scoglio: attaccate una all’altra, impermeabili all’acqua esterna, pronte a strangolare chiunque tenti di staccarle.
I dati sono “vecchi”. Età media dei consiglieri di amministrazione delle prime cento società quotate: 59,2 anni (Spencer Stuart, Board Index 2025). I CEO under 40 (giovani?) nelle grandi aziende? Il 2%. Gli over 80 nei CDA? Il 3%. In Italia ci sono più ottantenni nei consigli che quarantenni. Non è decadenza. È un progetto che funziona alla perfezione.
Non mancano i talenti. Manca la volontà di farli entrare.
E, soprattutto, di farli uscire.
II. La porta girevole: come si ricicla il potere in Italia
Il meccanismo è geniale nella sua volgarità. Passi vent’anni a ungere ministeri, autorità, partecipate. Impari i nomi, i vizi, i codici. Poi esci dall’incarico pubblico e, ventiquattr’ore dopo, ti ritrovi consulente. Non di strategia: di accesso. La tua agenda vale più di qualsiasi laurea. La rubrica non va in pensione.
Guarda Angelino Alfano: ministro della Giustizia, dell’Interno, degli Esteri, traversa da centrodestra a centrosinistra come un camaleonte con l’Alzheimer. Trenta giorni dopo l’addio al governo diventa consulente su diplomazia economica nel Mediterraneo e Africa. Lo stesso Egitto dove, da ministro, aveva rimandato l’ambasciatore dopo Regeni. Tutto legale. Tutto dignitoso. Nessuno si è vergognato.
Lo stesso copione per gli ex AD di Eni, Enel, Ferrovie, Leonardo, Poste. Escono dal pubblico, entrano nel privato, e vendono lo stesso Rolodex che prima usavano gratis. Il mercato dei “former” è più florido della Borsa di Milano (non che ci volesse poi così tanto, eh).
Comprano relazioni. Vendono influenze.
La porta girevole non è un bug. È una feature.
Progettata, oliata, difesa a colpi di “esperienza” e “professionalità”.
C’è però un livello ulteriore, più istituzionale e per questo più difficile da attaccare. Le nomine dei vertici delle grandi partecipate pubbliche, Eni, Enel, Leonardo, Poste, Terna, passano formalmente dal MEF, ma nella sostanza vengono decise nei palazzi della politica, spesso dopo trattative tra partiti di maggioranza che hanno poco a che fare con le competenze dei candidati e molto con gli equilibri interni alla coalizione. Il risultato è che i manager nominati lo sanno perfettamente: la loro permanenza dipende dalla sopravvivenza politica di chi li ha messi lì. Non è un rapporto di fiducia professionale. È un rapporto di dipendenza reciproca. Il manager protegge il politico, il politico protegge il manager.
E quando il governo cambia, si ricomincia. Con facce diverse, stessa logica, stesso sistema.
Hanno regolamentato l’apparenza. La sostanza resta nel buio, dove è sempre stata.
III. Il lobbying che non si vede è il lobbying che funziona meglio
Hanno finalmente partorito l’AS 1780, la legge sul lobbying. Quarant’anni di chiacchiere per partorire un topolino con il pannolino. Iscriviti, dichiara, aggiorna. Bravi. Hanno regolamentato il lobbying visibile. Quello dei professionisti che mandano le e-mail con oggetto chiaro.
Il lobbying vero, quello che conta, continua a svolgersi nelle cene, nelle telefonate tra ex colleghi, nelle partite di golf, nelle “chiacchierate informali”, allo stadio. Non è lobbying. È “rete”. È “amicizia”. È “sistema Italia”.
La legge carica di burocrazia chi si espone e lascia nudi i decisori pubblici. Nessuna “legislative footprint” come in Germania o al Parlamento europeo. Chi ha scritto la norma, chi l’ha svuotata, chi l’ha insabbiata? Mistero.
Vale la pena capire di cosa stiamo parlando in termini economici, perché il lobbying non è solo un problema culturale, è un mercato enorme e redditizio. Negli Stati Uniti, nel 2025, le società di lobbying hanno fatturato un record di 5 miliardi di dollari. Il ROI medio documentato sull’attività di lobbying è di 220 dollari di ritorno per ogni dollaro investito, il caso estremo documentato da OpenLobby arriva a 49.536 a 1: 270.000 dollari spesi in lobbying per ottenere 13,4 miliardi di contratti federali. In Europa, 162 tra grandi aziende e associazioni di categoria hanno speso 343 milioni di euro in un solo anno per influenzare le istituzioni europee. Le sole industrie tech mondiali investono quasi 100 milioni di euro l’anno a Bruxelles. In Italia, prima che esistesse qualsiasi registro, le principali società di public affairs dichiaravano già ricavi nell’ordine dei 10-15 milioni di euro ciascuna. Il mercato esiste. È grande. Ed è redditizio esattamente perché funziona, cioè perché chi paga ottiene qualcosa in cambio. Altrimenti avrebbe smesso di pagare.
Il mercato dell’influenza in Italia non è piccolo.
È semplicemente invisibile.
Ed è invisibile per scelta.
Hanno regolamentato l’apparenza. La sostanza resta nel buio, dove è sempre stata.
IV. Il Sud come laboratorio della cooptazione
Se volete vedere il sistema senza la vernice della retorica meritocratica, andate al Sud. Là la cooptazione non si nasconde: si tramanda per via ereditaria, come il cognome e la calvizie.
Figli di assessori diventano dirigenti regionali. Figli di dirigenti diventano manager delle partecipate. Figli di manager diventano consulenti delle agenzie che ci lavorano. Il sangue è più denso del curriculum.
In Sicilia l’età media dei dipendenti comunali sfiora i 57 anni. Calabria e Campania poco sotto. In tutta Italia, nel 2021, solo l’1,9% dei dipendenti comunali aveva meno di trent’anni. Al Sud la percentuale è risibile. La pubblica amministrazione meridionale è una casa di riposo che si autorinnova assumendo i nipoti degli ospiti.
Non è incuria. È progetto. Una classe dirigente che si riproduce per consanguineità non ha nessun interesse a far entrare estranei che potrebbero pretendere di cambiare le regole del gioco.
Al Sud non fingono nemmeno.
La meritocrazia è una barzelletta che raccontano al Nord per addormentare la coscienza.
V. Perché non cambia niente, ma non cambierà
Perché nessuno lo ferma? Perché chi dovrebbe fermarlo è dentro la foto di gruppo. I partiti nominano i vertici delle partecipate, i vertici delle partecipate tengono in vita i partiti, i parlamentari uscenti diventano lobbisti, i magistrati navigano in acque troppo torbide per fare i puritani.
Chi denuncia viene liquidato come populista, complottista, invidioso. “L’esperienza conta”, dicono. Certo. Conta solo se fatta nel posto giusto, con le persone giuste, per il tempo giusto.
Età media CEO italiani: 60,9 anni, tra le più alte d’Europa. Piani di successione strutturati? Meno del 20% delle grandi quotate. Non sono ritardi. Sono barricate.
Il sistema non è rotto. Funziona esattamente come deve funzionare: per loro. Intanto, continuiamo a fingere che sia un problema degli altri.
VI. Un appello alle imprese (che fingeranno di ascoltarlo)
A voi, manager e imprenditori che state leggendo questo testo con fastidio misto a riconoscimento: smettetela di finanziare il vostro stesso cappio. Ogni parcella pagata a un “former” per aprire una porta che dovrebbe essere aperta per legge è un euro versato al sistema che vi strozza. Ogni consulenza comprata non per competenza ma per agenda telefonica è un investimento nella conservazione del marcio.
State pagando per competere ad armi pari con chi il marcio lo conosce meglio di voi. State selezionando non il prodotto migliore, ma l’intermediario più unto. E alla fine il conto lo pagano tutti: innovazione strozzata, piccole imprese escluse, Paese bloccato.
Smettete di comprarla.
La legge sul lobbying non basterà. Cambierà solo quando smetterete di trovarlo conveniente. Il sistema cambia quando smette di farvi comodo. Fino ad allora, continuate pure a lamentarvi. Tanto loro contano proprio su questo.
Aspettate che cambi da solo e state aspettando il niente. Il niente, in Italia, ha una pazienza infinita.
Una nota finale, per onestà.
Chi scrive queste pagine lavora nel magico mondo dei public affairs. Gestisce relazioni istituzionali. Coltiva contatti con ministeri, enti pubblici e decisori politici per conto di clienti privati. In parole povere: fa lobbying. Il sistema descritto non è un nemico esterno. È anche il mio. Ci nuoto dentro, ci guadagno, ci respiro.
Non mi travesto. Non mi definisco “consulente strategico”, “facilitatore di dialogo” né altre formule edulcorate che usano i colleghi per mascherare la realtà. Rappresento interessi privati davanti a chi detiene potere pubblico. Lo faccio in modo trasparente, con mandato chiaro e cliente dichiarato. È lobbying. Si scrive così, si fa così. Punto.
Lo scrivo perché un paper che sventra l’opacità del sistema e poi nasconde chi è l’autore che parla sarebbe esattamente il genere di ipocrisia che pretende di smascherare. Io non mi assolvo. Non mi assolvo nemmeno un po’. Anzi: conosco il sistema abbastanza bene da sapere che anche questo paper, scritto da chi ci lavora dentro, è parte del gioco.
È personal-branding. È posizionamento. È un modo per dire “io sono quello che dice le cose come stanno”, che è, a sua volta, una forma di influenza. Lo so. Lo faccio lo stesso. Perché l’alternativa è il silenzio. E il silenzio, in questo paese, fa molto più comodo agli altri.


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