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Benvenuti nel Paese che si misura e non si muove

Salari fermi, pensioni sfilacciate, nascite in crollo. Il rapporto annuale INPS come atto di auto-accusa involontario.

I. Venticinque anni di fotografie. Nessuno ha chiamato il medico.

Il XXV Rapporto Annuale INPS è un documento straordinario. Non per ciò che dice, lo dice da venticinque anni, ma per ciò che rappresenta: il ritratto fedele e aggiornato di un paese che si conosce perfettamente e non cambia niente. Dal 2001 a oggi, l’INPS produce ogni anno una fotografia clinica dell’Italia che lavora, che va in pensione, che fa figli o smette di farli, che guadagna o non guadagna abbastanza. I dati ci sono, sono precisi, sono aggiornati. Le riforme strutturali no.

Il paradosso è questo: nessun paese europeo si misura meglio dell’Italia. L’INPS gestisce archivi amministrativi che coprono decenni di carriere lavorative, milioni di traiettorie individuali, ogni contributo versato e ogni prestazione erogata. È una miniera di conoscenza che la maggior parte dei governi europei si sogna. E tuttavia, anno dopo anno, il rapporto annuale registra le stesse patologie strutturali, con qualche decimale in più o in meno, e nessuno ne trae le conseguenze ovvie.

Questo è il terzo di tre paper. Il primo raccontava di un paese in cui gli elettori se ne sono andati. Il secondo di una classe dirigente che non cambia mai. Questo terzo è diverso: non parla di opinioni, di politica, di percezioni. Parla di dati. Dati prodotti dallo Stato, certificati dallo Stato, ignorati dallo Stato. Se i primi due paper erano un’accusa, questo è una confessione. Lo Stato sa tutto di sé. Eppure? Non fa niente.

Venticinque anni di fotografie di un paziente che peggiora. Nessun medico si è ancora mosso.

II. I salari. La storia più lunga e più ignorata d’Italia.

La stagnazione salariale italiana non è un fenomeno recente. Non nasce con la crisi del 2008, non è colpa dell’euro, non è un effetto collaterale della pandemia. Il XXV Rapporto INPS lo dice con una chiarezza che lascia senza parole: il rallentamento della crescita salariale reale prende avvio già nei primi anni Ottanta. Nella seconda metà degli anni Settanta i salari reali crescevano al 3% l’anno. Dalla metà degli anni Novanta oscillano intorno allo zero. Nel quinquennio 2020-2024, complice la fiammata inflazionistica del 2022-2023, sono in contrazione media di circa -0,6%.

Cinquant’anni di dati. La curva va giù da quando la maggior parte dei politici che oggi discutono di salari era all’asilo. E la diagnosi del rapporto è precisa: il problema principale è la debole capacità del sistema produttivo italiano di generare e distribuire valore. Non sono i lavoratori ad essere meno produttivi. Sono le imprese a non riuscire a crescere, a non spostarsi verso settori ad alto valore aggiunto, a non riallocare le risorse verso le unità più efficienti. L’Italia è un paese di micro-imprese, l’ 86% delle aziende private ha meno di dieci dipendenti, che faticano strutturalmente a pagare di più perché guadagnano poco e producono poco.

Il dato sulle retribuzioni reali è impietoso. I lavoratori dipendenti full-time full-year hanno visto crescere la retribuzione mediana del 10,8% in termini lordi tra il 2019 e il 2025. Ma l’inflazione nello stesso periodo è stata ben superiore. Chi è rimasto nello stesso posto di lavoro con lo stesso orario ha visto aumentare la retribuzione lorda di circa il 17-18%: prossimo all’inflazione, non sopra. In termini reali, i lavoratori italiani nel 2025 guadagnano sostanzialmente come nel 2019. E nel 2019 guadagnavano come nel 2010. E nel 2010 come nel 2000.

Un’ultima cosa. Il 60% della variazione occupazionale tra il 2022 e il 2024 è concentrata nell’ 1% delle imprese: nelle cosiddette IECO, Imprese ad Elevata Crescita Occupazionale. Un paese in cui la crescita è così concentrata non ha un problema di produttività. Ha un problema di sistema. Le imprese buone ci sono. Non riescono a espandersi a scapito di quelle cattive. E nessuno interviene per cambiare questa dinamica, perché le imprese cattive hanno il voto dei loro dipendenti e l’appoggio delle associazioni di categoria.

I salari non crescono da quarant’anni. Lo sappiamo da quarant’anni. Abbiamo convocato quarant’anni di tavoli. I salari non sono cresciuti.

III. Le nascite. Abbiamo pagato per averle. Non arrivano.

Nel 2025 l’Assegno Unico e Universale ha raggiunto 6,3 milioni di nuclei familiari, con un tasso di copertura del 94,9% dei potenziali destinatari. La spesa è stata di 19,8 miliardi di euro. È la misura di welfare più ambiziosa degli ultimi vent’anni, quella su cui il governo ha scommesso di più per invertire il crollo demografico. Il risultato è nel rapporto INPS, scritto con il consueto understatement istituzionale: la riforma ha prodotto un modesto incremento della probabilità di avere un secondo figlio tra le famiglie di reddito medio, accompagnato da una riduzione dell’occupazione materna.

Traduzione: abbiamo speso quasi 20 miliardi l’anno per avere qualche figlio in più e perdere madri lavoratrici. Due problemi al prezzo di uno. Il bonus asilo nido funziona meglio: le madri che lo usano mostrano redditi più alti nell’anno successivo al parto, ma le famiglie più povere, quelle che ne avrebbero più bisogno, lo usano meno. Perché? Perché il bonus copre il costo dell’asilo, ma non il costo di tornare a un lavoro che non c’è, o che paga troppo poco per giustificare la spesa. Il sostegno monetario presuppone un mercato del lavoro che funziona. In molte aree del paese, quel mercato non esiste.

Il caso della Sardegna è istruttivo. Il “Bonus bebè sardo”, 600 euro mensili per cinque anni nei comuni sotto i 3.000 abitanti, ha aumentato le nascite del 21% nei comuni beneficiari. Risultato notevole. Ma si è associato a una riduzione della probabilità di occupazione delle madri di circa 11 punti percentuali. Abbiamo comprato nascite con disoccupazione femminile. È una scelta legittima, ma va chiamata con il suo nome.

Ogni figlio che nasce grazie a un bonus costa quasi quanto un figlio che non nasce. Solo che il primo lo paghiamo noi, il secondo lo pagherà il paese tra vent’anni.

IV. Non è solo questione di soldi. Ma fa comodo pensare che lo sia.

C’è una narrativa comoda sul crollo delle nascite in Italia. Dice che le coppie non fanno figli perché non possono permetterseli. Affitti alti, salari bassi, precarietà, mancanza di asili. È una narrativa vera. Ma è solo metà della storia. L’altra metà è quella che nessun policy paper ha il coraggio di scrivere: molte persone non fanno figli perché non vogliono farli. Non per mancanza di mezzi, ma per scelta. Una scelta legittima, individuale, che però ha conseguenze collettive che nessuno è disposto ad affrontare apertamente.

Il cambiamento è strutturale. Le generazioni under 40 hanno interiorizzato un modello di vita in cui l’autorealizzazione individuale (carriera, viaggi, esperienze, identità personale) viene prima del progetto familiare. Non è egoismo nel senso deteriore. È un sistema di valori che si è spostato, accelerato dalla precarietà lavorativa ma non causato solo da essa. Un figlio non viene percepito solo come un costo economico: viene percepito come una rinuncia. Alla libertà, alle opportunità, a una versione di sé che si vorrebbe continuare ad essere.

I dati INPS lo confermano indirettamente. L’età media al primo contributo previdenziale si avvicina ai 22 anni per le generazioni più recenti. La continuità contributiva nei primi tre anni di carriera scende dal 65% al 52% tra le generazioni degli anni Sessanta e quelle degli anni Novanta. Chi entra nel mercato del lavoro più tardi, con più interruzioni, con meno certezze, non costruisce le basi economiche per una famiglia. Ma spesso non le costruisce nemmeno quando le certezze ci sarebbero, perché il modello di vita è cambiato prima delle condizioni materiali.

La narrazione ufficiale è comoda: «non fanno figli perché non possono permetterseli». Verissimo, fino a un certo punto. L’altra metà della verità è più scomoda di un divano IKEA senza istruzioni: molte persone, semplicemente, non vogliono. Hanno interiorizzato un modello di vita da eterno millennial: esperienze, viaggi, identità fluide, serie TV, palestra, delivery. Un figlio non è solo un costo da 300.000 euro (stima bassa). È una rinuncia ontologica. È dire addio alla versione 2.0 di sé stessi per diventare la versione “genitore di”. I dati sulle carriere giovanili sono impietosi: entrano tardi, con buchi contributivi, ma soprattutto con un orizzonte temporale ristretto. Perché investire in un progetto che dura cinquant’anni quando la tua app di meditazione ti dice di vivere nel presente? Abbiamo costruito il paradiso dei single precari con reddito disponibile e zero responsabilità intergenerazionali. E ora ci stupiamo che nessuno voglia uscirne.

Il risultato è che nessun bonus risolve un problema culturale. Puoi pagare le persone per fare figli, e alcune lo faranno, ma non puoi comprare la volontà di rinunciare a una parte di sé per costruire qualcosa che dura più di te. Quella scelta richiede un contesto economico, relazionale, istituzionale che l’Italia non ha saputo costruire. E richiede anche una cultura della responsabilità collettiva che, onestamente, si è un po’ persa. Non per colpa di nessuno in particolare. Per colpa di tutti, un po’ alla volta.

Abbiamo costruito un paese ottimo per i single. Oggi ci stupiamo che nessuno vuole diventare genitore.

V. Le pensioni. Il paese che lavora dopo aver smesso.

Al 31 dicembre 2025 i pensionati italiani erano circa 16,4 milioni. L’importo lordo complessivo dei redditi pensionistici era di circa 371 miliardi di euro. Giusto per avere un termine di paragone: il bilancio dello Stato italiano vale circa 1.100 miliardi. Le pensioni assorbono un terzo di quella cifra. È il sistema pensionistico più oneroso d’Europa in rapporto al PIL, in un paese che sta invecchiando più rapidamente della media europea.

Le donne sono il 51% dei pensionati ma percepiscono il 44% dei redditi pensionistici: 163 miliardi di euro contro 207 dei maschi. L’uomo pensionato medio guadagna il 34% in più della donna pensionata media. Non è una discriminazione pensionistica: è il risultato di decenni di discriminazione lavorativa che arriva a fine carriera e si cristallizza nell’assegno mensile. Le carriere discontinue, i part-time forzati, le uscite per maternità non recuperate: tutto si accumula e alla fine si calcola.

Ma il dato più grottesco è un altro. Il fenomeno dei “pensionati lavoratori” cresce. Sempre più persone continuano a lavorare dopo il pensionamento. Alcuni lo fanno per necessità economica, dato che la pensione non basta. Altri perché le imprese non trovano sostituti. I giovani non ci sono, o non hanno le competenze, o costano troppo poco per essere attraenti in certi ruoli. Un paese che ha alzato l’età pensionabile per ridurre i costi, ma non ha formato i giovani che avrebbero dovuto prendere il posto. E allora i pensionati restano. Perché il sistema, senza di loro, si inceppa.

C’è anche la questione dell’indennità di accompagnamento, in crescita strutturale per effetto della maggiore longevità. Più le persone vivono a lungo, più aumenta la domanda di cure. Più aumenta la domanda di cure, più cresce la spesa assistenziale. Più cresce la spesa assistenziale, meno risorse restano per chi lavora e per chi dovrebbe formarsi. È un circolo che si chiude su se stesso, lentamente, inevitabilmente, mentre i rapporti annuali INPS lo documentano con precisione millimetrica.

Abbiamo un sistema pensionistico disegnato per un paese che non esiste più.

VI. Perché nessuno vota, nessuno cambia, e i dati non servono a niente.

Questo è il terzo di tre paper. Il primo raccontava di un paese in cui il 40% degli aventi diritto non va più alle urne. Il secondo di una classe dirigente che si riproduce per cooptazione e non cambia mai. Questo terzo mostra che lo Stato conosce se stesso con una precisione straordinaria e non usa quella conoscenza per cambiare niente.

La connessione tra i tre è più semplice di quanto sembri. Gli elettori se ne vanno perché hanno capito che chi decide non usa i dati per fare riforme, ma per giustificare l’inerzia. Il rapporto INPS non viene letto dai cittadini, è un documento tecnico, 400 pagine di tabelle e grafici. Viene letto dai decisori, dai consulenti, dagli esperti. Viene citato nei convegni. Viene usato nelle audizioni parlamentari. E poi viene messo in un cassetto, perché le riforme vere, quelle che toccano i salari, le pensioni, il welfare, il mercato del lavoro, disturbano sempre qualcuno che ha abbastanza potere da bloccarle.

I salari non crescono da quarant’anni: lo sa l’INPS, lo sanno i sindacati, lo sanno le associazioni di categoria, lo sanno i governi. Le nascite calano da decenni: lo sa l’ISTAT, lo sa l’INPS, lo sa chiunque abbia guardato un grafico negli ultimi vent’anni. Le pensioni sono insostenibili nel lungo periodo: lo sa la Ragioneria dello Stato, lo sa la Banca d’Italia, lo sa l’INPS. Ma chi ha il potere di riformare il sistema ha anche tutto l’interesse a non farlo, perché il sistema, così com’è, fa molto comodo a chi ci sta dentro.

L’astensionismo, in fondo, è una risposta razionale a questa situazione. Se sai che i dati esistono e vengono ignorati, se sai che le riforme non arrivano non per mancanza di conoscenza ma per mancanza di volontà politica, perché dovresti votare? Chi voti cambia la faccia del governo, non la direzione del paese. I dati lo dimostrano: qualunque governo abbia governato negli ultimi trent’anni, i salari reali sono rimasti fermi, le nascite sono calate, le pensioni sono cresciute. Il trend è più forte dei governi. 

Lo Stato italiano è come un medico che diagnostica il cancro con precisione millimetrica da venticinque anni e poi prescrive… una camomilla e un convegno. I dati ci sono. I governi li leggono. I sindacati li citano. Le associazioni di categoria li usano per dimostrare che cambiare tutto è impossibile. E poi? Cassetto. L’astensionismo al 40% non è disinteresse. È lucidità. È la risposta razionale di chi ha capito che qualunque colore di governo arrivi, i trend strutturali restano: salari fermi, uteri in sciopero, conti pensionistici in rosso crescente. Cambia la musica di sottofondo, non la partitura.

VII. Tre cose che si potrebbero fare. Che non si faranno.

Prima cosa: indicizzare i salari alla produttività, non all’inflazione. In Germania funziona. In Olanda funziona. Richiede di mettere le mani nei contratti collettivi, di riformare la contrattazione, di toccare interessi consolidati di sindacati e associazioni di categoria. In Italia, ogni governo che ci ha provato è tornato indietro. Non perché la proposta fosse sbagliata. Perché disturba troppi.

Seconda cosa: un sistema universale di asili nido pubblici, con copertura nazionale e costo parametrato al reddito. Costa. Ma costa meno di 20 miliardi l’anno di Assegno Unico che produce effetti ambigui sull’occupazione femminile. Il problema è che gli asili nido richiedono investimenti strutturali, personale qualificato, tempi lunghi. I bonus si erogano prima delle elezioni. Gli asili si inaugurano cinque anni dopo. La matematica elettorale è semplice.

Terza cosa: una riforma pensionistica seria, che smetta di rattoppare il sistema con misure temporanee: Quota 100, Quota 102, Quota 103, Quota 41. Deve costituire un percorso chiaro, prevedibile, equo tra generazioni. Significa dire ad alta voce che il sistema attuale è insostenibile. Significa dire a chi ha già una pensione che qualcosa cambierà. Significa perdere voti. Nessun governo lo farà. E tra vent’anni il XXXI o il XXXII Rapporto Annuale INPS lo documenterà ancora, con la consueta precisione, senza che nessuno ne tragga le conseguenze.

Sappiamo cosa fare. Lo scriviamo ogni anno. E ogni anno non lo facciamo. Questa non è incapacità. È una scelta. E come tutte le scelte, ha un costo. Lo pagheranno quelli che oggi hanno vent’anni e non lo sanno ancora.

Lo sappiamo. Lo scriviamo. Lo certifichiamo. Lo ignoriamo. L’Italia non è un paese senza dati. È un paese senza conseguenze. E mentre l’INPS prepara già il XXVI Rapporto, con grafici ancora più precisi e toni ancora più neutri, noi continuiamo a fare la cosa che ci riesce meglio: misurarci, fotografarci, compiangerci… e restare esattamente dove siamo.

Benvenuti nel Paese che si conosce a memoria e finge ogni volta di stupirsi.


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